Il diavolo e la Bisalta

18 agosto 2010 at 05:17 (Il diavolo e la Bisalta) (, , )

La Besimauda (o Bisalta) è una delle montagne più celebri della Alpi cuneesi. Deve la sua popolarità alla cima bifida e alla mole imponente, che domina la città di Cuneo. Proprio a proposito della sua sommità sdoppiata, un’antica leggenda attribuisce al diavolo la causa dell’insolita forma.

Si narra, infatti, che molti secoli fa la montagna presentasse un unico e aguzzo punto culminante. Tutto cambiò in una notte d’estate.
Un montanaro, dopo aver festeggiato in osteria la vendita del formaggio al mercato, tornava al suo villaggio. Il vino, tuttavia, rendeva il suo passo sempre più incerto.
Quando la luna tramontò dietro il profilo della Bisalta, l’uomo non riuscì più a proseguire. Improvvisamente apparve il diavolo, che offrì al pastore un po’ di chiaro di luna, in cambio della sua anima. Il pover’uomo, ormai stanco e disperato, accettò e il diavolo preparò il contratto, mentre un esercito di piccoli demoni ritagliava dal monte la porzione di roccia che oscurava il disco della luna.
Quando il diavolo presentò al montanaro l’atto di vendita dell’anima, il pallido chiarore della luna illuminò a fatica la firma: si trattava di una croce, unica cosa che il disgraziato aveva imparato a scrivere.
Pare che agli inferi, non avesse alcun valore legale. Così la sua anima fu salva: il diavolo fuggì urlando e l’unica che ne fece le spese fu la montagna, che perse una «fetta» della vetta.
L’alone leggendario che circonda la Besimauda fu probabilmente generato nei secoli più lontani anche dalla propensione delle sue rocce ad attirare i fulmini, che durante i temporali estivi pare si scarichino frequentemente sui suoi pendii. Tristemente nota è in questo senso la tragedia del Luglio 1960, quando durante una cerimonia religiosa presso la croce della Costa Rossa (a 2404 m. di quota) un fortunale si abbattè improvvisamente sulla montagna: la folgore si scaricò sulla croce, presso la quale tre giovani ed una bimba si erano rifugiati inconsapevoli del pericolo.
Si racconta infine, che nel secolo scorso, in autunno, molte persone erano solite recarsi da Villanova Mondovì in una località della Francia per lavorare alla raccolta del legname. Durante il tragitto, transitavano in un luogo in quota dove si trovavano «bambini dalla pelle molto chiara, quasi albini – raccontavano – ai quali dava molto fastidio la luce del sole, così da renderli quasi ciechi. E che fuggivano spaventati al nostro passaggio».

Nell’autunno del 1975, a mezzogiorno, da Prato Nevoso, si assisteva a tre forti esplosioni nel cielo sopra la Bisalta, accompagnate da tre lampi ben visibili. Molti i testimoni oculari. Alle 14 una squadra di Soccorso alpino partiva da fondovalle temendo lo schianto di un aereo, ma trovava tutti i sentieri d’accesso al monte bloccati da elicotteri della Marina militare. Il ministero della Difesa parlò, in via ufficiosa, di missili lanciati da una nave militare.

Gaetano Bonelli

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Il portone del diavolo

21 maggio 2010 at 10:10 (1, Torino Esoterica) (, , )

Palazzo Trucchi di Levaldigi è una costruzione imponente fatta erigere nel 1673 su disegno di Amedeo di Castellamonte; sorge su una delle strade centrali di Torino e da sempre è associato a tradizioni diaboliche.

Il portone è stupendamente intagliato nel legno, adorno di frutta, fiori, cupidi e varie simbologie.
Quel che più affascina è il batacchio, posto al centro dei battenti, sempre perfettamente lucidato, raffigurante il diavolo sogghignante che scruta i passanti.
Difficilmente, se non per il batacchio, si può dare una motivazione certa del perché sia conosciuto come “Il palazzo della porta del diavolo”.
Tuttavia i battenti del portone si spalancano su un palazzo che trabocca di misteri e leggende.

Era l’anno 1790.
A Palazzo si festeggiava il carnevale con orchestrali, danzatrici e artisti.
Al fondo di una sala era raffigurata una scena infernale, le danzatrici coperte di minuscoli abiti ballavano tra le fiamme dimenandosi come invasate simboleggiando così le anime dannate.
Ad un tratto la festa fu sconvolta dal grido di una ballerina, Emma Cochet, ma alcuni la indicano con il nome di Vera Hertz, che si accasciò pugnalata mortalmente.
Le ipotesi furono molte, tuttavia il colpevole non fu mai identificato e neppure l’arma venne mai ritrovata.
Scrisse Alberto Fenoglio”:
“Quasi fosse un segno di riprovazione del cielo per il delitto, si scatenò sulla città, benché non ne fosse la stagione, una tempesta notturna impressionante in cui la pioggia scrosciava violenta, i lampi si susseguivano quasi ininterrottamente e il tuono accompagnava il temporale con un frastuono così forte che tremava tutto il palazzo.
La tragedia aveva fatto scendere un velo di gelo, di mestizia e anche paura su tutti, ma la gran paura esplose quando venne un lampo accecante seguito immediatamente da un rimbombo tremendo, fragori di vetri infranti, un soffio gelido, violento che spazzò il salone e spense tutte le luci, determinando il panico e una precipitosa fuga degli invitati”.
Non passò molto tempo che alcuni “testimoni” videro passeggiare un fantasma che scrutava le persone per poi scomparire attraverso i muri.

Un’altra storia ammanta di mistero le mura di Palazzo Levaldigi, quello della scomparsa di un ufficiale durante la dominazione francese del 1917.
E’ ancora Fenoglio a raccontare:
”Il maggiore, che si chiamava Melchiorre Du Perril, si recò dal capitano Girare, cui toccava provvedere al servizio di sicurezza, per mostrargli un biglietto contenente minacce appena ricevuto e chiedergli una scorta che lo “coprisse” proteggendo la sua persona, mentre stava per mettersi in viaggio con documenti top secret.
Mentre gli preparavano una carrozza, egli consumò una veloce colazione.
Nella strada, il postiglione, impaziente, era in attesa di partire.
Dopo quasi un’ora scese per andare a vedere perché il militare si attardasse.
Sulle prime gli dissero di aspettare ancora, perché Du Perril si stava preparando, poi due militari vennero ad annunciargli che non lo trovavano da nessuna parte.
“Nel palazzo pare non esserci. “Non l’avete per caso visto uscire?”, gli domandarono.
Il postiglione sbalordì:
”Certamente no, l’avrei notato”.
Una ventina d’anni dopo quell’inspiegabile sparizione alcuni muratori, durante l’esecuzione di lavori nel palazzo, abbattendo un muro rinvennero in una intercapedine lo scheletro di un uomo alto e robusto che era stato sepolto in piedi e trattenuto da due muriccioli laterali.
Il cranio presentava una netta frattura. Si prospettò l’ipotesi di un intrigo internazionale, ma ormai era trascorso troppo tempo perché sulla vicenda si potesse fare luce.

Si racconta inoltre che una notte un incauto apprendista stregone non si accontentò di invocare i soliti spiriti amichevoli, ma si spinse a chiamare il signore delle tenebre: Satana.
Il diavolo, disturbato dall’invocazione, decise di punire il responsabile.
Al mattino, i passanti trovarono l’ingresso del palazzo sbarrato dal pesante portone che era comparso dal nulla, dietro il quale il proprietario dell’abitazione era irrimediabilmente imprigionato.

Credenze popolari o misteriosi fatti senza una risposta?

In ogni caso, resta il fatto che il “Portone del Diavolo” è sopravissuto al passare del tempo, alle guerre e rimane un’opera d’arte d’ immensa bellezza, tanto che il quotidiano, “Usa Today”, in un servizio dedicato a Torino ne pubblicò alcune affascinanti immagini.

E se volete ammirare il Portone del Diavolo …ricordatevi di portare sempre un ombrello con voi … non è raro che scoppi un temporale …la sera in cui ho fatto le foto sono dovuta rimane chiusa in auto per un po’ di tempo …osservando un grandinata notturna spettacolare.

Già, perché il portone si può vedere solo di sera quando è chiuso.
Torino mostra di notte ciò che cela di giorno.

Torino - Il portone del diavolo

Torino - Il portone del diavolo

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