Il portone del diavolo

21 maggio 2010 at 10:10 (1, Torino Esoterica) (, , )

Palazzo Trucchi di Levaldigi è una costruzione imponente fatta erigere nel 1673 su disegno di Amedeo di Castellamonte; sorge su una delle strade centrali di Torino e da sempre è associato a tradizioni diaboliche.

Il portone è stupendamente intagliato nel legno, adorno di frutta, fiori, cupidi e varie simbologie.
Quel che più affascina è il batacchio, posto al centro dei battenti, sempre perfettamente lucidato, raffigurante il diavolo sogghignante che scruta i passanti.
Difficilmente, se non per il batacchio, si può dare una motivazione certa del perché sia conosciuto come “Il palazzo della porta del diavolo”.
Tuttavia i battenti del portone si spalancano su un palazzo che trabocca di misteri e leggende.

Era l’anno 1790.
A Palazzo si festeggiava il carnevale con orchestrali, danzatrici e artisti.
Al fondo di una sala era raffigurata una scena infernale, le danzatrici coperte di minuscoli abiti ballavano tra le fiamme dimenandosi come invasate simboleggiando così le anime dannate.
Ad un tratto la festa fu sconvolta dal grido di una ballerina, Emma Cochet, ma alcuni la indicano con il nome di Vera Hertz, che si accasciò pugnalata mortalmente.
Le ipotesi furono molte, tuttavia il colpevole non fu mai identificato e neppure l’arma venne mai ritrovata.
Scrisse Alberto Fenoglio”:
“Quasi fosse un segno di riprovazione del cielo per il delitto, si scatenò sulla città, benché non ne fosse la stagione, una tempesta notturna impressionante in cui la pioggia scrosciava violenta, i lampi si susseguivano quasi ininterrottamente e il tuono accompagnava il temporale con un frastuono così forte che tremava tutto il palazzo.
La tragedia aveva fatto scendere un velo di gelo, di mestizia e anche paura su tutti, ma la gran paura esplose quando venne un lampo accecante seguito immediatamente da un rimbombo tremendo, fragori di vetri infranti, un soffio gelido, violento che spazzò il salone e spense tutte le luci, determinando il panico e una precipitosa fuga degli invitati”.
Non passò molto tempo che alcuni “testimoni” videro passeggiare un fantasma che scrutava le persone per poi scomparire attraverso i muri.

Un’altra storia ammanta di mistero le mura di Palazzo Levaldigi, quello della scomparsa di un ufficiale durante la dominazione francese del 1917.
E’ ancora Fenoglio a raccontare:
”Il maggiore, che si chiamava Melchiorre Du Perril, si recò dal capitano Girare, cui toccava provvedere al servizio di sicurezza, per mostrargli un biglietto contenente minacce appena ricevuto e chiedergli una scorta che lo “coprisse” proteggendo la sua persona, mentre stava per mettersi in viaggio con documenti top secret.
Mentre gli preparavano una carrozza, egli consumò una veloce colazione.
Nella strada, il postiglione, impaziente, era in attesa di partire.
Dopo quasi un’ora scese per andare a vedere perché il militare si attardasse.
Sulle prime gli dissero di aspettare ancora, perché Du Perril si stava preparando, poi due militari vennero ad annunciargli che non lo trovavano da nessuna parte.
“Nel palazzo pare non esserci. “Non l’avete per caso visto uscire?”, gli domandarono.
Il postiglione sbalordì:
”Certamente no, l’avrei notato”.
Una ventina d’anni dopo quell’inspiegabile sparizione alcuni muratori, durante l’esecuzione di lavori nel palazzo, abbattendo un muro rinvennero in una intercapedine lo scheletro di un uomo alto e robusto che era stato sepolto in piedi e trattenuto da due muriccioli laterali.
Il cranio presentava una netta frattura. Si prospettò l’ipotesi di un intrigo internazionale, ma ormai era trascorso troppo tempo perché sulla vicenda si potesse fare luce.

Si racconta inoltre che una notte un incauto apprendista stregone non si accontentò di invocare i soliti spiriti amichevoli, ma si spinse a chiamare il signore delle tenebre: Satana.
Il diavolo, disturbato dall’invocazione, decise di punire il responsabile.
Al mattino, i passanti trovarono l’ingresso del palazzo sbarrato dal pesante portone che era comparso dal nulla, dietro il quale il proprietario dell’abitazione era irrimediabilmente imprigionato.

Credenze popolari o misteriosi fatti senza una risposta?

In ogni caso, resta il fatto che il “Portone del Diavolo” è sopravissuto al passare del tempo, alle guerre e rimane un’opera d’arte d’ immensa bellezza, tanto che il quotidiano, “Usa Today”, in un servizio dedicato a Torino ne pubblicò alcune affascinanti immagini.

E se volete ammirare il Portone del Diavolo …ricordatevi di portare sempre un ombrello con voi … non è raro che scoppi un temporale …la sera in cui ho fatto le foto sono dovuta rimane chiusa in auto per un po’ di tempo …osservando un grandinata notturna spettacolare.

Già, perché il portone si può vedere solo di sera quando è chiuso.
Torino mostra di notte ciò che cela di giorno.

Torino - Il portone del diavolo

Torino - Il portone del diavolo

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Quando vide la Mole Antonelliana Nietzsche disse …

21 maggio 2010 at 09:55 (1, Le mie fotografie) (, , , )

Quando vide la Mole Antonelliana Nietzsche disse ...

Quando vide la Mole Antonelliana Nietzsche disse ...

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Lei non ha più anima.

17 maggio 2010 at 14:51 (1, Poesie) (, )

Lei,
accarezza bambole specchiandosi nei loro occhi vitrei,
incontrando il suo stesso sguardo imprigionato in un tunnel dalle pareti così lisce, cosi fredde che la voce ne rimane incatenata.
Lei,
distesa su un letto di apatia
osserva il vento dispettoso che entrando da una finestra chiusa sul mondo
scompiglia i capelli delle bambole.
La mano risale sul viso cercando ricordi,
superando solchi scavati dalle lacrime,
sfiorando le cicatrici della mente
sino ad arrivare ai capelli.
Ora ricorda.
Lei ha tagliato i capelli.
Voleva punirsi per aver osato amare troppo.
Lei,
le gambe indolenti, i piedi insensibili,
scende dal letto dell’oblio
osservandosi allo specchio,
accarezzandosi il petto dove una volta batteva un cuore.
Silenzio sotto la mano.
Lei,
china il capo e cerca dentro di sé
quella catena di ghiaccio che la imprigiona.
Ora ricorda.
Rialza il capo, gli occhi spenti nel vuoto,
le gambe la riportano nel suo letto
fatto di una lunga attesa senza un fine.
Lei,
non ha più anima.

Sabry aka Iside

Lei non ha più anima

Lei non ha più anima

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L’aquila

14 maggio 2010 at 09:24 (Animali e fotografie) ()

L’aquila è quello tra i pennuti del re che può fissare il sole con occhi severi, non perde mai la sua presa, ringiovanisce, può volare più in alto di tutti, e dagli àuguri di ogni tempo è ritenuta un segno della futura vittoria.

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Torino Esoterica

12 maggio 2010 at 16:32 (1, Torino Esoterica) (, , )

C’è un’altra Torino celata agli occhi dei più, non la città dei grandi palazzi, dei parchi, dei musei, ma la città che vanta tradizioni esoteriche antiche di secoli.

Innanzi tutto gli studiosi di esoterismo pongono Torino al vertice di due triangoli geografici:
quello di magia bianca che la unisce a Praga e a Lione quello di magia nera che la collega a Londra e a San Francisco.
Inoltre, la sua pianta romana pone le porte d’ingresso in corrispondenza dei quattro punti cardinali.
Nulla sembra lasciato al caso.

Torino è allineata sul 45° parallelo, segnato dalla fontana con obelisco, La Fontana del Frejus, che domina Piazza Statuto ed è considerato uno dei punti più negativi della città.
Poco distante, in Piazza Solferino, troviamo la “Porta dell’Infinito” rappresentata dalla Fontana Angelica.

Troppe volte considerata soltanto il vertice del satanismo europeo, la Torino sotterranea tra cunicoli, passaggi e rifugi ha accolto e dato protezione a grandi nomi come Cagliostro e Nostradamus.
Quest’ultimo, nel 1556,  soggiornò nella “Domus Morozzo”,in Via Michele Lessona, distrutta poi da un incendio in cui si disse bruciò anche una sua incisione che recava scritto:

”Nostradamus alloggia qui dov’è il Paradiso, l’Inferno e il Purgatorio.
Io mi chiamo la Vittoria, chi mi onora avrà la gloria, chi mi disprezza avrà la completa rovina”.

Paradiso, Inferno, Purgatorio, triangoli, profezie, polo positivo e polo negativo, quale legame unisce tutto questo a Torino, che secondo un’antica leggenda, fu fondata dagli egizi?
Fondata nientemeno che da Fetonte, figlio di Iside dea della magia, che scelse l’incrocio tra i fiumi Dora e Po per innalzare un centro di culto al dio Api rappresentato dagli antichi egizi con le sembianze di un toro.
Iside la Grande Madre, la Vergine Nera e proprio sotto la Chiesa della Gran Madre di Dio, nel Sacrario dei Caduti della Grande Guerra, si trova una statua della Vergine Nera.
All’esterno della Chiesa due statue sorvegliano il centro città: La Fede e la Religione.
La tradizione racconta che lo sguardo della statua che rappresenta la Fede, indichi il luogo dove sono nascoste le informazioni per trovare il Santo Graal.
Ma non finisce qui.
Oltre al Museo Egizio, secondo solo a quello de Il Cairo, sotto Palazzo Madama si troverebbero le famose “Grotte Alchemiche” sede di misteriosi alchimisti medioevali.

Potremmo andare avanti all’infinito a raccontare della dualità di Torino, del bene e del male, di magia bianca e di magia nera e se tutte le strade portano a Roma, quante chiavi di lettura portano a Torino?

Torino - Gran Madre - Statua della Fede

Torino - Gran Madre - Statua della Fede

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La battaglia delle ossa

4 maggio 2010 at 07:04 (1, Racconti)

Chissà perché sento costantemente il bisogno di graffiarmi le mani arrampicandomi su rocce dimenticate per raggiungere ruderi che nessuno ricorda più e spogliando un corpo prigioniero di vesti e calzari senza ali, camminare sentendo il calore d’antiche pietre.

Raggiunta la meta, i piedi nudi ben allineati sopra il camminamento, chiudo gli occhi con il viso rivolto verso nubi sferzate da venti gelidi che scaldano la pelle con brividi di arcaiche visioni.
Le braccia aperte ad eterna crocifissione.

In lontananza odo lance che si spezzano e scudi che cozzano contro corpi le cui ossa spezzate lacerano carni putrefatte dal tempo.
Attendo ansiosamente con la mente in fibrillante orgasmo.
Quando la battaglia sarà giunta al termine potrò raccogliere e lanciare in aria quelle stesse ossa e al loro ricadere leggere cosa sarà.
Ne farò poi ghirlanda per il cingere il mio collo così da poterla carezzare costantemente, mentre celata nel mio antro attenderò che i roghi siano spenti.

Ora, le mie braccia non più crocifisse, hanno ai polsi bracciali di ruvida corda e tendono spasmodicamente i muscoli per non sentire il dolore.
Dalla schiena cola il sangue dalle ferite inferte dalle frustate che si abbattono senza tregua.
Ogni goccia del caldo liquido vitale cadendo al suolo dipinge scene che tendendo verso la mia gola mani scarnificate cercano di soffocarne il respiro.
Una donna corre veloce reggendo con mani stanche una pesante gonna marrone, tessuta di quel tessuto che solo la povertà può comprare.
Che quel povero e pesante tessuto non intralci il suo correre, che non si frapponga fra piedi e terreno, che possa scappare alla bava lasciva del soldato che più guerriero non è, ma uomo infoiato da facile preda.
Paffute gote e dolci riccioli nascosti da cuffiette di fiabe sono strappate dal loro sonno e la piccola bocca pura, che mai conoscerà il dolce tepore di un bacio, si spalanca su urla disperate mostrando candidi rivoli di latte materno.

Il cuore di un uomo sta ancora combattendo.
Voltando il viso vedo il sangue che dalla fronte scende ad accarezzare la barba incolta e con lo sguardo cerco i suoi occhi ormai velati dalla morte che sorridente gli tende la mano.
Cerco disperatamente il suo sguardo tra il fumo acre.
Vorrei che i suoi occhi si chiudessero riposando tra le mie lacrime e non sul gelido sorriso della morte, ma la mano nemica si posa sulla mia testa artigliando gli ultimi pensieri e premendoli contro il profumo della paglia.

Potrei far finire tutto questo, potrei chiamare a raccolta corvi e lupi che accechino i nemici e liberino i miei polsi e nuovamente salire sul camminamento; i piedi nudi sulle calde pietre, le braccia tese ad eterna crocifissione e volare nel grembo di mia madre che teneramente accoglierebbe il mio corpo martoriato e lo cullerebbe eternamente.

Potrei far terminare il sibilante bruciore della frusta che segna la mia schiena, le scene dipinte dalle mie gocce di sangue.
Potrei … ma devo attendere la fine della battaglia e raccogliere le ossa per leggere cosa sarà per poi farne ghirlanda da accarezzare mentre ritorno nel mio antro in attesa che i roghi siano spenti.

Iside

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